Bologna,
Un mese fermo
È un mese che non mi alleno. Ho appena disdetto la palestra.
Faccio il coach di chi riparte e molla. Da un mese sto dalla loro parte dello schermo.
Fino a un mese fa erano sei allenamenti a settimana e il settimo giorno di riposo. La pagina Chi sono lo diceva ancora al presente: l’ho corretta stasera.
Adesso sono nella fase in cui devo decidere quale altro sport fare. Lo scrivo e lo riconosco, perché è la mossa che descrivo in questo sito, nella pagina per chi riparte e molla: «Cambi scheda, palestra, sport. È la mossa più naturale e la meno utile: il meccanismo che ti ferma non sta nella scheda, viaggia con te.» L’ho scritta oggi pomeriggio. Stasera la leggo da dentro.
Decidere quale sport è il mio lunedì. Finché scelgo non mi muovo, e la scelta deve essere quella giusta, quindi non arriva. Se volessi essere sicuro di non ricominciare mai, mi basterebbe continuare a scegliere con cura.
Poi c’è la domanda che faccio agli altri, e che stasera è toccata a me: quando ho cliccato su «disdici», cosa ho sentito? Sollievo, o senso di colpa? Il sollievo dice che la palestra era diventata un dovere, e cercare un altro sport è cercare un altro dovere. Il senso di colpa dice che il piano non era mio. Non rispondo stasera. Il messaggero è passato di sicuro: la lettera la apro con calma, e la scrivo qui.
Intanto un compito, lo stesso che darei a chiunque mi raccontasse questa storia. Per sette giorni, vietato decidere. Ogni giorno dieci minuti di movimento, quello più vicino: le scale di casa, il giro dell’isolato, il pavimento. Su un foglio scrivo cosa ho fatto e una cosa sola: lo rifarei domani, sì o no. Dieci minuti, non venti: se il terzo giorno mi viene da farne trenta, quello è il dato più interessante della settimana, e va sul foglio.
Domenica 11 ottobre leggo il foglio, e lo sport lo scelgo con i dati, non con le idee.
Sceglie il corpo. La testa prende nota.