La soluzione è il problema, numero 3
La coscienza a posto
Un'altra pagina, un altro giorno. E non hai ancora cominciato.
Uscito su LinkedIn il 5 agosto 2026.
Il corso l’hai finito. Poi hai comprato il libro. Poi hai fatto il riassunto del libro.
Adesso lo ripeti a voce alta. Ancora. Prima di cominciare.
Sono le nove di sera e lo ripeti un’altra volta. E per un momento stai bene: oggi non hai perso tempo. Chiudi il computer con la coscienza a posto.
Sei in immissione sulla tangenziale.
Metti la freccia. Guardi a sinistra, e subito dopo guardi davanti. Poi le macchine che hai davanti. Poi quelle che arrivano dietro di te, in immissione anche loro.
Quattro cose insieme, e devono tornare tutte nello stesso momento.
Ne passa uno un po’ stretto. Ne passa un altro, ma quello dietro va forte.
Non stai sbagliando niente. Stai aspettando che torni tutto, ed è la cosa sensata da fare.
Solo che la corsia finisce. E allora ti infili in uno spazio peggiore di tutti quelli che hai lasciato passare.
Quello dietro rallenta. Forse ti lampeggia. Poi sei dentro, e viaggi.
Ti stai dicendo che questa è una cosa da niente, mica come la tua. È la stessa cosa.
Con una differenza: lì la corsia finisce, e ti costringe. Nel tuo caso la corsia non finisce mai. Puoi restare in accelerazione per anni.
Come funziona
Prepararsi è l’unica attività al mondo dove non puoi sbagliare.
Nessuno ti risponde, perché non hai ancora scritto a nessuno. Nessuno ti dice che è sbagliato, perché non l’ha ancora visto nessuno.
E intanto, alla fine della giornata, hai una pagina in più. Una cosa in più che sai.
Non è la pagina in più che ti tiene lì. È che stasera puoi chiudere il computer senza sentirti in colpa. Un altro giorno passato, e la coscienza a posto.
Poi c’è la parte che nessuno ti dice.
La preparazione non finisce mai, perché il traguardo lo definisci tu. E ogni volta che ti avvicini, lo ridefinisci.
Salta fuori una cosa che ancora non sai, e ti sembra così ragionevole impararla prima.
E hai ragione: quella cosa lì davvero non la sai.
Il metro ce l’hai in mano. E la mano si sposta.
Anche perché non te lo sei inventato tu, il metro. Ce l’hai in testa qualcuno che quella cosa la fa bene, e ti misuri con lui.
Solo che tu lo hai visto arrivato. La sua prima volta non l’ha vista nessuno.
La tua tentata soluzione
Anche adesso stai guardando quattro cose.
So abbastanza? Ho abbastanza tempo? È il momento giusto? C’è qualcosa che devo fare prima?
Quattro sguardi. E uno è sempre storto.
Ne basta uno per non partire, e ce n’è sempre uno.
Poi c’è quel momento, dura un secondo, in cui pensi che potresti farlo adesso. E lo senti nello stomaco. Una stretta.
Allora torni allo schema. Rileggi gli appunti, e la stretta molla.
Funziona ogni volta.
Se devo fare una cosa la devo fare bene. Altrimenti non mi ci metto neanche.
Sono frasi che diresti a chiunque, e nessuno ti darebbe torto. È esattamente questo che le rende utili.
Ma non è per farlo bene che aspetti.
È che finché non lo fai, non sai ancora quanto vali. E quella è l’unica cosa che non vuoi sapere.
Che ti faccia paura non è colpa tua. Che tu abbia trovato un modo così comodo di non guardarla, quello sì.
Il ribaltamento
Quello che aspetti non arriva prima.
Non esiste una mattina in cui ti svegli e sei pronto.
Prima ti butti. Poi diventi uno che si butta.
E quella stretta allo stomaco non se ne va perché hai capito abbastanza. Se ne va perché una volta l’hai sentita, sei partito lo stesso, e non è successo niente.
Quello che stai cercando di sapere in anticipo, in anticipo non si sa. E finché non lo sai, ci pensi ogni giorno.
L’errore non è il prezzo di partire. È la risposta che stai aspettando.
Il tuo compito
Io per l’esame da coach ho ripassato per settimane. E più ripassavo, meno mi sentivo pronto.
Ti chiedo una cosa che ti sembrerà sbagliata. Falla lo stesso, alla lettera.
Per sette giorni, una cosa al giorno, fatta senza prepararti.
Scegli qualcosa di piccolo legato alla cosa per cui ti stai preparando. Piccolissimo: un messaggio, una telefonata di tre minuti, mezza pagina, una domanda fatta a qualcuno.
Piccolo non perché sia più facile. Piccolo perché così puoi sbagliarlo davvero senza che succeda niente di grave. Ti serve un errore vero, in un posto sicuro.
Ti starai dicendo: se la faccio così, la faccio male. Sì, è quello che ti chiedo.
Tre regole, tutte e tre obbligatorie.
Non ti prepari. Niente schema, niente appunti, niente prove. Apri e fai.
Quindici minuti. Sveglia puntata. Quando suona, chiudi. Anche a metà.
Deve uscire dalle tue mani. Mandala, chiamalo, consegnala, dilla a voce a qualcuno. Se resta sul tuo computer, ti sei preparato un’altra volta.
E non correggerla dopo.
Il settimo giorno. Conta quante di quelle sette cose hanno prodotto un disastro.
Al terzo o quarto giorno, un attimo prima di farla, torna la stretta allo stomaco.
Più forte delle altre volte. E arriva su quella che conta di più, quella che non vorresti rovinare.
Lì la testa dice: questa no. Questa merita di essere fatta bene.
Quella non è la voce che ti protegge. È il solito spazio che lasci passare.
Non sei tu che devi diventare pronto. È la cosa che deve uscire dalle tue mani, e insegnartelo.
Per cosa ti stai preparando da più tempo? Scrivimi solo quello nei commenti, oggi. Una riga.
Nel prossimo numero: dici sempre di sì. E poi ti chiedi perché sei sempre stanco.
I commenti stanno su LinkedIn: rispondi lì, sotto il numero.